Wednesday 10th of March 2010

 
Il linguaggio PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 08 Aprile 2009 16:07

In Requiem Popolare, per scelta, non mi sono posto il problema della comprensione.

Non esiste in esso un vero e proprio "messaggio" da veicolare se non quello espresso nella dedica.

Non è il nostro Requiem una storia da narrare; ma è una preghiera laica.

Mi sono imposto, ed ho chiesto agli altri una completa fedeltà ai propri segni; ovviamente nei limiti delle nostre capacità.

Ho chiesto che tutto ciò che avvenisse fosse vero, fosse fedele a se stessi.

Se per esprimere una sensazione ben precisa, o forse imprecisa non so, ho bisogno di lavorare con quel linguaggio e quel segno: ecco, non posso scegliere altrimenti.

 

Il teatro è sempre un atto di fede; ogni sogno, ogni scrittura, ogni segno che il teatrante compie è da considerarsi un atto di fede; di fede verso se stessi.

Occorre ritornare al culto sacro della fedeltà nei confronti della propria poetica, di una poetica che sia fedele all'individuo a cui appartiene.

Solo questa fedeltà ci consente di dialogare con ciascuna persona ed a tutte contemporaneamente.

Senza compromessi che rendano la nostra poetica maggiormente commerciabile, maggiormente addomesticabile, maggiormente fruibile, maggiormente capibile, maggiormente della maggioranza.

"Occorre innanzitutto che questo teatro sia" (A. Artaud).

 

Si è creduto erroneamente per anni che la "comprensione" del proprio lavoron teatrale fosse qualcosa di necessario per stabilire il rapporto con il pubblico.

Al contrario, nella "comprensione" c'è da una parte una grande illusione, dall'altra una grande menzogna.

Si incontra ogni sera un pubblico fortemente eterogeneo, nelle esperienze personali, nel carattere, nella "sensualità" intesa come prevalenza di un senso sull'altro, nella visione delle cose, nella conoscenza storica, nella lingua, nella cultura che proprio nella comprensione si verificano "pregiudizi".

Si divide ad esempio, utilizzando la comprensione come metro, il teatro "colto" dal teatro "popolare"; due termini che, sinceramente, mi imbarazzano quando pronunciati da colleghi.

Perchè l'unico teatro "popolare", l'unico teatro che possa mettere l'attore in comunicazione con tutti è proprio quel teatro che non passa per la "comprensione" ma che diventa "esperienza condivisa".

Ecco. Possiamo dire che, in Requiem Popolare, il linguaggio su cui stiamo lavorando assieme è un linguaggio che sia fedele a noi stessi, nei segni, e che arrivi a tutti "scavalcando" la superstizione che si è creata attorno alla necessità della comprensione.

Ovviamente, per fare questo, dobbiamo incontrare un pubblico disponibile a questo; un pubblico che non abbia pretese. Che non parta dal preconcetto che "il teatro deve dirmi qualcosa, ridere o piangere, ma dirmi qualcosa" ma che sia disponibile a mettersi in "ascolto" perchè questo dialogo avvenga.

Da parte nostra abbiamo cercato di fare il possibile, attraverso le scelte tecniche, per fac si che questo avvenga; perchè è questo che ci auspichiamo.

 

Francesco Chiantese

 

 

 

 

dal breve saggio "de divina de-scrittura" di Francesco Chiantese, che sarà pubblicato in contemporanea allo spettacolo e sarà scaricabile gratuitamente da questo sito.

Il grande teatro, sostiene e testimonia con se stesso Carmelo Bene, cioè quel teatro che per la sua natura decostruttiva è difficilmente comprensibile, può arrivare allo spettatore molto più del teatro del "capire" in quanto, supera il pregiudizio del comprendere, e le sue forme.

Questo ci appare facile da accettare, se prendiamo in considerazione la grande opera lirica o la grande musica; il teatro, invece, che si è negato reiterando al proprio pubblico il culto latino e greco della comprensione, fa apparire per se stesso questa considerazione impossibile.

Generazioni di teatranti del dire hanno castrato il teatro della sua natura procreatrice. Lo hanno ridotto a veicolo di messaggi.

Il teatro dev'essere fedele alla propria natura essendo creativo per chi lo fa, e procreativo per chi vi partecipa da spettatore. Il suo scopo deve essere quello di concepire in loro, con loro, un'esperienza. Ed in questa sua caratteristica, il teatro, può riscoprire la propria natura rivoluzionaria, la propria natura di azione sulla cultura, sulla società. In questa sua caratteristica, solo in questa, esso è vivo.

Altrimenti si avrà un teatro morto, con tutta l'affascinazione della morte, con tutta la bellezza della morte, senza la capacità di generare che hanno solo i vivi.

Più che ogni spiegazione, ogni tentativo di far comprendere, di veicolare messaggi, l'esperienza diretta delle emozioni, una sorta di cognitio dei experimentalis, è l'obiettivo a cui il teatro deve tendere.

L'inconsuetudine è l'unico strumento che conosco per riportare lo spettatore alla verginità dell'esperienza percettiva, alla verginità dell'ascolto.

L'inconsuetudine, il percorso sghembo, il suono che non dice, ma che è; il gesto che non dice, ma che è; la parola che non si preoccupa di comunicare ma di essere, di esistere, ed in questo senso di vivere, di creare, di generare.

Ricordo come rivoluzionaria, almeno nella mia esperienza con il teatro, l'espressione di Artaud "Il pubblico: innanzitutto occorre che questo teatro sia", quasi in appendice al suo teatro della crudeltà.

Innanzitutto occorre che questo teatro sia.

Questo è tanto vero quanto più si pratica un teatro discostandosi, nei termini da esso.

Questo è tanto vero, ad esempio, quando ci si occupa del sacro.

In una liturgia, in un rito collettivo, anche laddove il linguaggio non è condiviso non si ha la presunzione di voler "capire" il complesso sistema di segni, simboli e sintomi che vengono condivisi; anzi, si lascia queso compito a degli esperti, si crea una materia atta esclusivamente ad occuparsi di questo decifrare.

I fruitori, coloro che partecipano al rito, non si pongono il problema della comprensione.

Questo, soprattutto, accade quando i suddetti segni, simboli, e sintomi sono antichi, cioè hanno come loro naturale qualità quella di essere legati all'essere umano che, nel tempo, li ha coniati a partire da stimoli iniziali che ne erano intrisi nella sua stessa carne.

Si "partecipa" ad un rito, senza perdersi nulla di esso, anche se non si ha la perfetta comprensione e consapevolezza dei segni usati.; perchè, nei riti, non si ha la convizione che "la comprensione" sia necessaria.

Nella vita quotidiana siamo immersi da situazioni linguisticamente incomprensibili, eppure, viviamo pienamente le esperienze a cui questo "linguaggio" è connesso.

Insomma, la "comprensione" è una parte del linguaggio, non il tutto; il contenuto non si identifica con il contenitore; la phonè non è esclusivamente strumento di trasmissione di concetti.

Esiste a priori, esiste anche laddove i suoi contenuti non siano comprensibili.

Se a chi legge è capitato di sentire intonare un salmo funebre ebraico, o una preghiera islamica del mattino, sa di cosa sto parlando. 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 08 Aprile 2009 16:45
 

Powered by Joomla!. Designed by: Free Joomla 1.5 Theme, .tv domain hosting. Valid XHTML and CSS.